C'è una domenica di aprile, Sala Leopardi a Lucca. Sul palco ci sono sei attori vestiti di bianco. Nuni è in nero, con un microfono, e sta raccontando — attraverso i loro corpi — al pubblico, quello che i riflessi arcaici fanno di solito. Glielo sta facendo fare agli attori, glielo ha spiegato da poche ore.
È la prima mondiale — sì, mondiale — di uno spettacolo che non ha un nome di genere perché non esiste ancora la categoria in cui metterlo. La sala resta in silenzio per tutta la durata. Nessun cellulare. Nessuno si alza prima della fine.
Per capire come ci è arrivata, bisogna tornare indietro di vent'anni esatti.
Nuni smette di fumare di colpo — cinquanta sigarette al giorno e poi stop — e il corpo inizia a presentare il conto di tutto quello che non aveva ancora sviluppato. Cerca risposte, finisce in un forum di genitori di bambini autistici, e lì si riconosce con una chiarezza che la psicanalisi, in sei anni, non le aveva mai dato — nemmeno quando, nel 1994, il sospetto era venuto: un lacaniano l'aveva liquidata con un ghignino e un tomo, tanto per spezzarle il sospetto.
In quel forum, un giorno, le arriva un messaggio privato. Lo scrive Manolo. Dice più o meno: scussami se ti scrivo, sono Manolo Dominguez, direttore degli Istituti Fay, se quando vai a Bologna passi da Querceta, due minuti, vorrei controllarti i riflessi — se ti va, eh!
Nuni cosa siano i riflessi di sviluppo non lo sa ancora. Ma riconosce immediatamente che quella persona capisce quarantadue anni di patemi della storia della sua vita. Passa da Querceta. Quello che trova lì diventa il filo di tutto il resto.
Fa oltre un anno di programma INPP su se stessa — il suo Moro iperattivo, il sistema vestibolare sbilanciato, il sostegno cefalico non maturato, e altre cose qua e là. Se stessa è la prima che osserva attraverso la chiave neurosviluppativa, e la prima che accompagna. Poi si forma e non si ferma, perché lei è sempre lei, quella a cui qualquadra non cosa. Legge anche altro, interconnette, integra e di nuovo interconnette — conia parole nuove perché quelle esistenti non bastavano, costruisce con le mani gli strumenti che non trovava in commercio, e porta questo lavoro fuori dagli studi clinici. Lo doveva: a tutti quei bambini i cui genitori non lo sanno, a tutti quelli che stanno cercando questa chiave, a tutti quelli che l'hanno tenuta in mano aggiungendo tacche nei secoli — migliaia di invisibili contribuenti — andava portata alla nonna, a zia Giuseppina, dentro le case e le scuole, con la stessa semplicità disarmante con cui Manolo le aveva scritto in un forum vent'anni prima, svoltandole l'esistenza.
È Asperger, lo dice senza farne un'identità e senza nasconderlo. Ora sì, lo nasconde un po', perché è un termine inflazionato e lei è snob: il rossetto rosso, i capelli blu e l'aria aggressivo-rivendicativa proprio non le si addicono. Viene dalla Sicilia, ha vissuto a Milano vent'anni e a Palermo altri venti, e adesso abita dentro le mura di Lucca con Claudio — matematico, settantaquattro anni, infinita pazienza — e sta ancora esplorando il vicinato.
Ogni tanto mi costringe a scrivere storielle divertenti su Dio e Lucifero che chiacchierano amabilmente sulle mura di Lucca, ma questa è un'altra storia.
Quella sera in Sala Leopardi, il principale finanziatore del festival le dice: mi hai aperto un mondo.
Nuni lo ascolta, annuisce, e va avanti.
— Claude